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"Niente cambia di forma come le rocce, se non le nuvole." Victor Hugo
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Di Terra #1_Embodied
di e con - Roberto Marinelli
regia - Massimo Di Michele
luci - Alessandro Carletti
scene e ass. alla regia - Cristina Gardumi
costumi - Giuseppe Testa
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"L'unico Dio che può parlare di te sei tu."
EMBODY è una parola che in italiano non esiste. Una parola sola che ne contiene molte: personificare, rappresentare, dare corpo, dare forma, plasmare... Può voler dire anche "ricostruire una persona" e "ricomporre un corpo". Una parola che implica una transizione.
Questo spettacolo è un rito di passaggio. Divori quello che sei stato fino a questo momento, i tuoi ricordi, la tua carne che dai tuoi ricordi e dalle tue esperienze è stata plasmata, e lo restituisci (in azione, in parola). Crei un corpo nuovo, il corpo nuovo, il tuo e quello di chi ti ha generato, che sono poi la stessa cosa perché in te c'è tua madre, e tuo padre. E anche il tuo cane, a ben guardare. Di cosa sei fatto? Di strade percorse, di strati di polvere, di rifiuti e sporcizia che hai attraversato. Veniamo al mondo puri, ma non ci possiamo illudere di restare quello che eravamo all'inizio.
Allora forse tu sei una storia, sei tempo e spazio, con tanti personaggi dentro. Ognuno di essi vuole parlare di una cosa importante, della cosa importante, la Cosa Unica e Sola... Cioè? LA PRESENZA? L'ASSENZA? In mezzo a loro il vento soffia. In mezzo l'ago della bilancia si sposta e ci pesa, costantemente, ad ogni passo compiuto. E' la bilancia del giudizio,
altro che Bibbia o Apocalisse. Il Giorno del Giudizio è qui e ora, l'Istante del Giudizio, dettato dalla fottuta bilancia che è negli occhi degli altri, crediamo. Che è nei nostri occhi, sappiamo.
L'unico Dio che può parlare di te sei tu.
L'unica Colpa che hai commesso è verso te stesso.
La presenza e l'assenza sono importanti. Vitali. Tra loro si gioca la partita della vita. Se tu ci sei io respiro, io mi muovo, io creo, e se me lo chiedi, riesco anche a distruggere. Se non sei qui, se HO PERSO TE, ...
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Alexis o il trattato della lotta vana
di - Marguerite Yourcenar
con - Pier Giuseppe Di Tanno
adattamento teatrale - Alessandra Arcieri
regia - Massimo Di Michele
luci - Alessandro Carletti
musiche - Paolo Terni
scene - Cristina Gardumi
costumi - Giuseppe Testa
coreografie - Tiziano Di Muzio
locandina - Cristina Gardumi
organizzazione - Roberto Marinelli
una produzione - Imargini

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"Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima."
Ecco la viva testimonianza di una persona: davanti a noi alza la testa, si scopre, sorride, e subito dopo piange, infine ci guarda. Allora capiamo: si è liberata, è riuscita a cantare. Leggendo la lettera che il giovane Alexis scrive a sua moglie per lasciarla, dopo interminabili anni di bugie e ipocrisia, è assistere a un'indagine. Il delitto è innominabile all'inizio perfino da colui che l'ha commesso. Solo gradualmente prende la forma incerta e dolorosa di una colpa comune, commessa anzitutto verso se stessi: il sacrificio della propria natura per sottomettersi alla comoda illusione di una vita Un corpo disteso. Due specchi 80x80cm. Ventuno sacchetti di plastica small, medium, large pieni d'acqua. Marguerite Yourcenar, 24 anni, scrive per la prima volta. Compone il ritratto di una voce che si chiama Alexis. Traccia un percorso doveroso nella sua memoria. Scava dove il ricordo è ancora nervo vivo - filma con lenti piano-sequenza quello che può dare sollievo rivedere. Lui decide di spiegare, di farsi stetoscopio. Di vestirsi del proprio corpo. è spinto a farlo: ora sa soltanto quello che deve fare. Confessare senza dirlo troppo forte, prima di spiegare tutto, una volta girate le spalle, a sé stessi. La parola che accarezza, che rivela senza mai gettare sulle cose una luce più intensa di quella di una lampada, e il corpo che scrive, che colma spinto da una pura, ineffabile necessità le lacune inevitabili della parola. Nel 1929 la Yourcenar ci regala i biglietti per un lungo viaggio. Chi ci sta guidando attraverso le zone più difficili da percorrere potrà arrestare il proprio cammino solo quando sentirà di essersi confermato in sé stesso. Un viaggio. Sì. Cammino che modifica intimamente, passaggio da uno stato ad un altro, mutamento di una materia che sperimenta la propria trasformazione. L'elemento che permette di compiere questo ultimo rito è l'acqua. Liquido che battezza la nuova nascita, illude l'eliminazione del peccato, fino ad ora imprigionato con cura in tante buste di plastica sigillate, ordinate e sistemate come se fosse possibile sistemare ogni desiderio ogni sogno ogni parte di noi. E poi gli specchi. Perché ci si possa guardare da un altro punto di vista, anzi da infinite posizioni, per oggettivarci, per parlare a noi stessi come faremmo con un estraneo; permettono di riflettere il mondo, ci rendono plurali, possono schiaffeggiarci con una realtà che non desideriamo confermare - per permettere all'altro di osservarci da infinite altre angolazioni che sfuggono al controllo. Si sta parlando di identità. Qualunque essa sia. Di accoglierla, acconsentirvi, di viverla. I cadaveri che restano sono solo i contenitori di quello che durante la scrittura è stato sprigionato, schizzato via, sparso a terra... Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
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Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente
di - Rodrigo Garcia
traduzione - di Daniele Aluigi
regia - Massimo Di Michele
con - Piergiuseppe Di Tanno, Cristina Gardumi, Roberto Marinelli, Francesco Villano
costumi - Giuseppe Testa
disegno luci - Alessandro Carletti
coreografie - Tiziano Di Muzio
consulenza musicale - Enzo Pucci
ass. regia - Monica Belardinelli
locandina - Cristina Gardumi

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"Quando il dolore ti spezza significa che il dolore è sul punto di morire"
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente ha tutte le caratteristiche provocatorie e di denuncia del degrado intellettuale ed emotivo che descrive i nostri tempi, che hanno reso il suo autore una delle voci che oggi accusano con più ferocia e spietatezza. Ovviamente anche il linguaggio registico di Rodrigo Garcìa aderisce perfettamente ai toni sempre in apparenza monologanti dei suoi personaggi, portando solitamente gli attori a dire il testo, nel modo più naturale possibile e bandendo ogni facile fuga nel patetico e nell'emotività, direttamente in faccia al pubblico. Alla fatidica prima lettura, tutto questo si palesa con una sicurezza lampante. è solo dopo che inizia a sorgere il dubbio: se non fosse tutto qui? Al di là del naturalismo, delle bestemmie e degli intercalari del linguaggio popolare, al di là delle invettive contro il consumismo e la politica corrotta e la sanità marcia, dell'apparente pour parler che riempie le pagine e il tempo del dialogo senza portarti da nessuna parte; se non fosse ciò che sembra?
I personaggi del testo originale sono tre, ma parlano come se avessero una bocca sola, come fossero un'unica persona e la sua memoria, in cui i diversi umori e pensieri instaurano un dialogo che porterà all'unità di essa e a riconoscersi. Il monologo finale è il luogo preciso in cui questa fusione si realizza. Come una necessità continuamente rimandata. Il viaggio che ha condotto a questo è stato inevitabile. Quando ti rendi conto di dove Garcìa è riuscito a portarti è troppo tardi: ti trovi già lì, in bilico sull'abisso che separa la vita dalla morte. La vita come malattia e sofferenza, la morte come liberazione definitiva e dolcissima. Stiamo parlando di eutanasia, ma fino alla fine non ce ne rendiamo conto.
Il contesto iniziale è quello di un luogo dove si aspetta. Può trattarsi della sala d'attesa di un medico specialista, o di un luogo più misterioso - la connotazione scenica è essenziale e non chiude possibili interpretazioni altre - anzi sprigiona letture personalissime che invitano chi guarda a essere coautore di ciò che osserva. è chiaro che c'è qualcuno o qualcosa che detta le regole, pian piano cresce il disagio e la certezza che non esiste una via di uscita possibile. A parte forse parlarsi. E infatti il fiume dei discorsi a tratti avvolge le quattro persone, e finisce per chiuderle in loro stesse, trasformandole in isole monologanti. Il bello del testo di Garcìa è che questo percorso umanissimo attraverso la società di oggi e le sue varie malattie, viene portato avanti in modo accuratamente chirurgico, sì, ma sempre ironico corrosivo e dissacrante.
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Orgia
di - Pier Paolo Pasolini
a cura di - Massimo Di Michele
con - Cristina Gardumi, Lidia Miceli, Francesco Villano
musiche - Paolo Terni
costumi - Giuseppe Testa
coreografie - Tiziano Di Muzio
organizzazione - Roberto Marinelli
locandina - Cristina Gardumi

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"A cosa stai pensando? A noi due, che ci riaffacciamo alla vita"
Orgia è l'evocazione nostalgica di un passato lontano dalle imposizioni della società contemporanea, un'età dell'oro a cui si aspira pur non avendola vissuta direttamente, il sogno di un mondo ideale, di pace interiore. L'appiattimento culturale che investe la società attuale è imposto dai mezzi di comunicazione di massa con i suoi ideali di perfetta felicità familiare raggiunti usando "questo prodotto" piuttosto che un altro. Da questo stravolgimento di valori proviene il profondo disagio di cui soffrono i personaggi, il bisogno insopprimibile di trovare finalmente una via d'uscita. La coppia medio borghese che è il fulcro dell'Orgia pasoliniana, è innanzitutto il simbolo dello scontro tra l'individuo e la società, complessa macchina che per contenere il desiderio di affermazione implicito in ogni diversità, cerca di livellare le singole esistenze, di inghiottirle nel vortice del compromesso e di quella volgare banalità che, anche oggi, siamo abituati ad accettare di buon grado come norma. Il desiderio di essere diversi spinge marito e moglie a creare un rito privato per reagire all'imposizione dell'inconsapevole rituale sociale. Non a caso Pasolini li battezza semplicemente UOMO e DONNA: la cerimonia che decidono di praticare col favore della notte, che li nasconde all'occhio del mondo, li porta a sollevarsi al di sopra di ogni artificio o categoria. Nel buio della camera da letto diventano due entità universali, opposte e indissolubili, che proprio accettando di essere profondamente diverse tra loro, affermano il loro legame attraverso l'incontro dei corpi. Ma l'amplesso è solo una delle opzioni del confronto. Il rito prende spesso la forma di atti di sopraffazione reciproca, di vera e propria violenza fisica e/o psicologica. I segni che gli scontri lasciano sui loro corpi, la coppia li accoglie con lo stesso piacere con cui si contempla un quadro bellissimo, con cui si legge la conferma che quella che si è intrapresa è la strada giusta, quella che porta alla liberazione anche se per mezzo del dolore. Del resto nel testo è la notte di Pasqua che i due amanti attraversano, sperando ancora di più, per un qualche residuo borghese di fede cattolica, in una purificazione che sia definitiva, e non si interrompa come sempre al sorgere del sole. La Pasqua è il momento del sacrificio dell'innocente in nome della purificazione di tutto il mondo. Il sacrificio di sé e dell'altro si imporrà necessario proprio quanto un gesto religioso, echeggiando la classicità e il mito. Data la portata simbolica e lirica di Orgia, non c'è da stupirsi se visivamente la nostra attenzione ha spaziato dalla pittura rinascimentale di Perugino a contemporanei come Bacon e Basquiat, dal figurativismo sognante di Balthus, alla crudezza astratta di Burri, tracciando un percorso pittorico, oltre che teatrale, attraverso una rappresentazione sempre più realistica e disfatta della carne.
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Medea Black
locandina - Luca Cavenaghi
di - Michel Azama
percorso laboratoriale a cura di - Massimo Di Michele
con - Massimiliano Avanzi, Ombretta Bonaconza, Annamaria Cometti,
Stefano Cracco, Luciana Riggio, Rossella Terragnoli, Manola Tessari
scene - Cristina Gardumi
costumi - Pinet Testa
luci - Marco Ava
musiche - Enza Ciuri
Ass. Regia - Lidia Miceli, Piergiuseppe Di Tanno

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"Io sono nella notte e l'estate è passata vado verso il freddo e la neve,
cado in questa oscuritá e mi perdo."
Medea-Black è nato come un progetto di regia richiesto da un gruppo di non professionisti, e si è trasformato in uno dei lavori più interessanti di Massimo Di Michele, una messa in scena in cui è evidente che qualcosa sta cambiando nel linguaggio visivo del regista, nell'uso della luce ad esempio, della musica e del "coro". È sorprendente come un testo così difficile e intricato (scritto addirittura in versi sciolti) come questo, scritto da Michel Azama e inedito in Italia, abbia trovato un terreno così fertile dove mettere radici profonde e personali negli attori ancora inesperti del gruppo veronese.
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Affettati all'italiana
di - Franscesco Ghiaccio
regia - Massimo Di Michele
con - Angelo Argentina, Alessandro Casula, Patrizia Di Fulvio, Cristina Gardumi, Luca Mancini,
Lidia Miceli, Alessandro Scaretti, Marco Zingaro
scene - Francesco Scandale
costumi - Biagio Galotti Michela Garone
disegno - luci Lorenzo Lopane
musiche - Paolo Terni
coreografie - Tiziano Di Muzio
assistenti alla regia - Alessandra Arcieri, Monica Belardinelli, Assistente scenografo Mario Lemma

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"Lavoro? No, non dire lavoro... PRECARIATO!"
Una sperimentazione giocata su un circuito di corrente continua tra attori, autore e regista. Il tema è quello del disagio e della precarietà a tutti i livelli. E' di scena una famiglia italiana, legata da generazioni ad un ristorante, La fuga, che ormai non fa più affari. Tre generazioni si incontrano e intersecano i propri destini in un punto, la precarietà di ogni cosa. Nel tentativo di trovare a La fuga un nuovo significato e un nuovo destino, riscopriranno i propri sogni, troveranno delusioni o improvvise ed epifaniche prese di coscienza. Un microcosmo in cui tutto si consuma sottovoce, con cautela. Solo l'esasperazione della vecchia nonna ferma il tempo e denuncia a gran voce le contraddizioni del vivere contemporaneo. Uno spaccato di vita in cui tutto succede a fatica, con gran difficoltà, sotto l'apparente frenesia…lo stallo. Il gruppo di lavoro di Di Michele, formato da giovani professionisti, impegnati e scanzonati al tempo stesso, torna in un clima di fermento a rivolgersi ad un pubblico critico e partecipe, nell'idea che il Teatro Italiano possa essere uno strumento attivo di promozione culturale e civile. "Affettati all'italiana" si avvale del prezioso contributo dell'IMAIE, che ha reso materialmente possibile la messa in scena dello spettacolo.
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Il funerale del padrone
di - Dario Fo
regia - Massimo Di Michele
con - Angelo Argentina, Maria Laura Caselli, Alessandro Casula, Cristina Gardumi,
Francesco Mastrorilli, Lidia Miceli, Francesco Montanari,
Alessandro Moser, Nicola Nicchi, Alessandro Scaretti
scene - Mariuccia Pisani
costumi - Marco Dell'Oglio
luci - Alessandro Carletti
musiche - Paolo Terni

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"Ma lei pensa che si possa...? Tutto si puó!"
Dal genio di Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura, un'occasione divertente e divertita per affrontare un tema quanto mai attuale come quello del lavoro e della libertà d'espressione. Il funerale del padrone è un atto unico tratto dallo spettacolo Legami pure, tanto spacco tutto lo stesso, che debuttò a Genova nel 1969. La vicenda è quella degli operai di una fabbrica all'indomani dell'occupazione. Mentre un improbabile commissario ne ordina lo sgombero, gli scioperanti architettano una messinscena per attirare l'attenzione dei passanti e sensibilizzarli sulle ragioni delle rimostranze. Prendendo in prestito gli abiti dell'oratorio accanto, essi decidono di rappresentare in una farsa il funerale del padrone. Prende il via uno straordinario esempio di teatro nel teatro.
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Presentazione dell'Associazione
L'Associazione Culturale Ima®gini nasce dall'esigenza profonda di un gruppo di artisti di unire
le proprie forze in nome della più disincantata forma di sperimentazione all'interno del confine sempre più ampio
e incerto del mondo dell'arte.
Teatro, Pittura, Danza,Fotografia, Musica, Letteratura: andare oltre il divario tradizionale tra le discipline
e creare situazioni e momenti in cui la creatività sia la chiave privilegiata e indiscutibile di uno scambio costante
tra i linguaggi, e tra artisti e pubblico.
In questo senso orientiamo il nostro lavoro, sia per quanto concerne le produzioni teatrali, sia per quel che riguarda gli eventi espositivi, le performance, i laboratori che organizziamo nel territorio di Roma e in tutta Italia.
I margini di solito sono i limiti: quale modo migliore di superare un limite che quello di divenire il limite stesso?
Di poter guardare da entrambe le parti del confine decidendo da che parte spingersi, il più liberamente possibile e seguendo
la necessità autentica di una ricerca creativa incondizionata?
Specifiche dei ruoli:
Massimo Di Michele: Presidente de Ima®gini e Direttore Artistico. Attore e regista teatrale.
Cristina Gardumi: Segretario de Ima®gini e addetto all'Ufficio Stampa. Attrice e artista visiva.
Roberto Marinelli: Vice-Presidente de Ima®gini, si occupa dell'Organizzazione. Attore.
clicca sui nomi per guardare la pagina personale
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Massimo di Michele
si forma presso il Piccolo Teatro di Milano diretto da Giorgio Strehler.
Frequenta il corso di perfezionamento Santa Cristina diretto da Luca Ronconi.
Lavora con numerosi registi tra i quali: Luca Ronconi, Elena Bucci, Tonino Conte,
Giuseppe Venetucci, Marco Carniti, Lorenzo Salveti, K. Zanussi e Marco Bernardi,
Stefano Pagin.
Inizia la sua carriera registica con Il funerale del padrone di Dario Fo,
segue Affettati all'italiana di Francesco Ghiaccio, Medea-Black di Michel Azama,
Quel silenzio pieno di voci (Studio su Pasolini),
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente di Rodrigo Garcìa.
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Cristina | Roberto -
Cristina Gardumi
Si è diplomata nel 2007 presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma,
dove ha studiato con maestri come Luca Ronconi, Mario Ferrero, Lorenzo Salveti,
Giancarlo Sepe e Armando Pugliese.
Nello stesso anno recita in Itaca e Antro delle ninfe di Luca Ronconi
(Teatro Comunale di Ferrara, Piccolo Teatro di Milano).
Diretta da Massimo di Michele ha partecipato a Il funerale del padrone (2006-2007)
da Dario Fo, Affettati all'italiana (2007),
Quel silenzio pieno di voci (Studio su Orgia di Pasolini) (2008),
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente (2008).
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Massimo | Roberto -
Roberto Marinelli
si diploma presso la Scuola di Teatro "COLLI" di Bologna nel 2001.
Successivamente entra a far parte del "Progetto Giovani" del Teatro Eliseo di Roma,
durante il quale collabora con Lluis Pasqual, Ferruccio Soleri, Patrick King.
Partecipa al Master di Specializzazione "Audition" presso l'Accademia d'Arte Drammatica
"Silvio D'Amico" e, in seguito al periodo di formazione, lavora con Corrado Pani,
Franco Branciaroli, Umberto Orsini, Luca De Filippo, Nicholaj Karpof.
Da quattro anni collabora alla realizzazione di vari progetti (Shakespeare, Ibsen, Brecht)
de "Le Belle Bandiere", compagnia diretta da Elena Bucci e Marco Sgrosso.
Nell'ottobre del 2008 fonda, con Massimo Di Michele e Cristina Gardumi,
l'Associazione Culturale IMARGINI che vede già all'attivo un'anteprima nazionale:
"Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente" di Rodrigo Garcìa.
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Massimo | Cristina
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Mostra evento della nuova attività de IMA®GINI
Cristina Gardumi per IMA®GINI

Dipinti e installazioni dal "Bestiario" di Cristina Gardumi
presentate dell'Ass. Cult. Imargini.
11-12 Novembre 2009
c/o Sala Margana,
P.zza Margana, 41 - 00186 - Roma
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Tournée
Festival Teatri di vetro
"Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente" di Rodrigo Garcìa
19 Maggio 2010
Teatro Palladium
Roma
IV Rassegna Liberi Amori Possibili
"Alexis o il trattato della lotta vana" di Marguerite Yourcenar
11 MAGGIO 2010
Teatro Libero
Milano
Festival Tunz
"Orgia" di Pier Paolo Pasolini
"Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente" di Rodrigo Garcìa
22 APRILE 2010
Nuovo Teatro Nuovo
Napoli






